Il capitalismo ha finalmente trovato il modo di addomesticare il T. rex: metterlo all’asta.
È agosto. New York, probabilmente, ha già cominciato a svuotarsi dal 4 luglio. Le gallerie rallentano, le aste sono finite, i telefoni squillano meno e anche quelli che passano la vita a comprare cose che nessun altro può permettersi sembrano essersi concessi qualche giorno di tregua.
Io invece sono in Italia.
È da un po’ che non scrivo dalla mia finestra su Spring Street, all’angolo con West Broadway. Da quella finestra ho guardato passare una parte del mondo dell’arte: artisti, collezionisti, galleristi, fotografi, denaro, desideri. New York ha il talento di mettere tutto nello stesso isolato.
Qui, ad agosto, il paesaggio sembra a tratti una fotografia di Luigi Ghirri. Poi basta voltare l’angolo perché l’Italia torni a esibire, con assoluta noncuranza, il proprio inesauribile talento per il crollo estetico.
Eppure, proprio mentre tutti sembrano essere in vacanza, mi sono ritrovata a pensare a un dinosauro.
Non è esattamente il genere di pensiero che ci si aspetterebbe da una rubrica sul mercato dell’arte in piena estate.
Ma forse è proprio per questo che non sono riuscita a lasciarlo andare.
Oggi un Tyrannosaurus rex può valere più di un Basquiat. La frase, pronunciata a Manhattan davanti a un bicchiere di champagne, avrebbe ancora qualcosa di scandaloso. Eppure, il 14 luglio 2026, da Sotheby’s, è diventata semplicemente una cifra: 50.130.000 dollari. Tanto è costato Gus: Sessantasette milioni di anni, quasi dodici metri di lunghezza, tre metri e ottanta d’altezza, 183 elementi ossei fossili recuperati nel South Dakota. È completo per circa il 61% contando le ossa, ma quelle conservate rappresentano fra il 75 e l’80% della massa ossea dell’animale. La stima era di 20-30 milioni,poi è cominciata l’asta e sette persone hanno deciso che Gus dovesse essere loro e, dieci minuti più tardi, il mondo aveva un nuovo record. Il compratore, collegato al telefono, è rimasto anonimo.
Naturalmente.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel pagare cinquanta milioni di dollari per un animale estinto da sessantasette milioni di anni e decidere, subito dopo, di non dire a nessuno quanto lo si desiderasse.
Cinquanta milioni sono molti soldi, naturalmente. Ma il mercato dell’arte ci ha insegnato da tempo che, superata una certa soglia, il prezzo smette di essere una misura e diventa una forma di linguaggio.
La cosa interessante, allora, non è soltanto quanto Gus sia costato.
È ciò che quei cinquanta milioni hanno fatto al nostro sguardo.Ma perché continuo a tornare alla stessa domanda : È bello?
Un T. rex non è bello nel senso in cui siamo abituati a usare questa parola. Non possiede la grazia di una scultura greca, l’eleganza silenziosa di un Rothko o la seduzione meccanica di una Ferrari. Non è stato immaginato da un artista, non ha una firma e la sua forma è stata perfezionata da milioni di anni di evoluzione con finalità piuttosto lontane dalla decorazione di un salotto.
Eppure ha presenza.
Forse è proprio questa la parola : Presenza.
Viviamo circondati da immagini. Le produciamo, le modifichiamo, le consumiamo e le dimentichiamo. In un mondo nel quale quasi tutto può essere riprodotto, forse l’estetica si sta spostando dalla perfezione alla capacità di resistere allo sguardo, ed un T. rex resiste benissimo.
Il mercato sostiene di attribuire un prezzo alle cose. È una definizione rassicurante. Il problema è che, qualche volta, finisce per attribuire loro anche un’aura.
Mettete Gus in un museo e avrete un fossile straordinario. Mettetelo sotto le luci di Sotheby’s, pubblicate una stima da trenta milioni di dollari e lasciate che sette collezionisti si contendano il privilegio di possederlo.
Il dinosauro non è cambiato. Il nostro sguardo sì.
Ed è qui che mi chiedo: da quando abbiamo smesso di desiderare soltanto ciò che è bello e abbiamo cominciato a trovare bello ciò che desideriamo?
Il mercato dell’arte conosce molto bene questa domanda.Per secoli abbiamo collezionato ciò che il tempo ci consegnava come prova della nostra civiltà: dipinti, sculture, manoscritti, gioielli, automobili, fotografie. Abbiamo comprato Warhol per avere un’immagine del nostro tempo, Rothko per possedere il silenzio, Basquiat per tenere in casa una parte della febbre di New York.
Adesso compriamo dinosauri.
Nel 2024 era stato Apex a fare saltare il banco: uno Stegosaurus di circa 150 milioni di anni, scoperto in Colorado nel 2022, era stato stimato fra i 4 e i 6 milioni di dollari. Sotheby’s lo vendette per 44,6 milioni.
A comprarlo fu Ken Griffin, fondatore di Citadel.
Griffin non aveva comprato semplicemente un fossile. Aveva comprato un primato.
Apex è uno degli Stegosaurus più grandi e completi mai scoperti. Era, in altre parole, un trofeo.
Con il vantaggio che l’estinzione aveva fatto il lavoro più sgradevole molti milioni di anni prima.
Il trofeo, nel capitalismo del XXI secolo, ha cambiato forma.
Una volta bastava il quadro che nessun altro aveva, la villa che nessun altro poteva permettersi, lo yacht qualche metro più lungo di quello ormeggiato accanto.
Oggi, quando quasi tutto può essere fotografato, copiato, digitalizzato e condiviso, il vero lusso sembra essere tornato a una parola molto antica: irripetibile.Griffin, però, fece qualcosa di interessante,non nascose Apex in una proprietà privata. Lo concesse in prestito per quattro anni all’American Museum of Natural History di New York, rendendolo disponibile anche alla ricerca scientifica.È una soluzione elegante. Il privato possiede, il pubblico guarda e la civiltà, ancora una volta, trova un compromesso fra desiderio e conoscenza.
Poi, nel marzo di quest’anno, è arrivato Trey. Un Triceratops di oltre 66 milioni di anni, per quasi trent’anni esposto al Wyoming Dinosaur Center, venduto per 5,55 milioni di dollari da Joopiter, la piattaforma fondata da Pharrell Williams. Era la prima incursione di Joopiter nel mercato dei fossili.
La cifra era molto più piccola di quella di Gus.Il gesto, forse, ancora più interessante, perché il dinosauro aveva cambiato stanza. Non era più soltanto paleontologia. Poteva circolare nello stesso ecosistema culturale di arte, design, moda, memorabilia e celebrity. Il fossile era entrato definitivamente nel linguaggio del lusso.
Ma prima delle luci di Sotheby’s e dei telefoni dei collezionisti c’erano le pale,prima dei private advisor c’erano uomini spediti verso Ovest.E prima delle offerte anonime da cinquanta milioni di dollari c’erano due paleontologi che si detestavano abbastanza da trasformare la scienza in una guerra.Siamo nell’America dell’Ottocento.Il West non è ancora John Wayne. È ferrovia, polvere, denaro e una quantità di terra sulla quale l’America esercita il proprio talento più precoce: arrivare, occupare, dare un nome.Il Paese corre verso il futuro quando scopre, sotto i propri piedi, un passato immensamente più antico di sé.Edward Drinker Cope e Othniel Charles Marsh erano brillanti, ambiziosi e, per un breve errore di gioventù, amici. Arrivarono persino a dedicarsi reciprocamente alcune specie fossili.Poi arrivarono le ossa.Dal 1877, la loro amicizia lasciò il posto a una delle rivalità più spettacolari della storia della scienza. Cope e Marsh mandarono uomini nell’Ovest come generali al fronte, si sottrassero collaboratori, comprarono informazioni, spiarono gli scavi dell’altro e trasformarono ogni nuova scoperta in una vittoria personale.Non bastava trovare un dinosauro, bisognava trovarlo prima dell’altro.Non bastava dargli un nome,bisognava legare quel nome al proprio.La paleontologia avanzava alla velocità di una vendetta tanto che quella corsa sarebbe passata alla storia come la Bone Wars, la Guerra delle ossa. Portò alla scoperta di decine di nuove specie, dissipò fortune, distrusse reputazioni e, in alcuni casi, persino fossili: meglio ridurli in pezzi che lasciarli cadere nelle mani del nemico.Cope e Marsh finirono quasi rovinati, ma L’America, invece, si ritrovò piena di dinosauri.La scienza aveva fatto passi giganteschi.L’ego umano era rimasto perfettamente intatto.
Più di un secolo dopo, la Guerra delle ossa aveva semplicemente cambiato dress code: le pale erano diventate palette d’asta. I paleontologi, star di Hollywood.Nel 2007 Nicolas Cage e Leonardo DiCaprio si ritrovarono a contendersi il cranio di un Tarbosaurus bataar, un parente asiatico del T. rex.Ci sono frasi che persino Hollywood eviterebbe di scrivere per paura di sembrare troppo hollywoodiana.Cage ebbe la meglio e pagò 276.000 dollari. Il cranio entrò nella sua collezione accompagnato da un certificato di autenticità e da tutto ciò che normalmente basta a rendere tranquillo un compratore.Quasi tutto.Anni dopo si scoprì che il reperto era stato esportato illegalmente dalla Mongolia. Cage non fu accusato di alcun illecito e, quando venne informato della sua provenienza, accettò di consegnarlo alle autorità perché tornasse al governo mongolo.
Il trofeo cambiò proprietario ancora una volta.Non perché qualcuno avesse offerto di più.
Perché la storia, ogni tanto, reclama ciò che le appartiene.Il problema non era più il prezzo.Era la provenienza.E quella piccola commedia hollywoodiana lasciò dietro di sé una domanda molto meno frivola: quando desideriamo qualcosa abbastanza, quanto siamo disposti a non sapere da dove venga?
È una domanda che vale per un dinosauro, ma il mercato dell’arte potrebbe riempirci intere biblioteche.Perché possedere non significa soltanto poter comprare. Significa poter stabilire una relazione privata con qualcosa che, fino a un momento prima, apparteneva alla storia di tutti.Ed è forse per questo che ogni civiltà finisce per raccontarsi attraverso ciò che decide di collezionare.L’antica Roma portava a casa il mondo conquistato. I principi del Rinascimento raccoglievano l’antico e, insieme alle statue, acquistavano una genealogia. I grandi industriali americani comprarono l’Europa quadro dopo quadro, finché una parte considerevole della memoria del Vecchio Continente attraversò l’Atlantico.Il Novecento trasformò l’avanguardia in patrimonio e gli artisti in star.Noi, dopo aver comprato quasi tutto, siamo arrivati ai dinosauri.Non so se sia progresso, ma è certamente mercato.
Ed eccoci di nuovo a Gus: Che cosa compra davvero chi paga cinquanta milioni di dollari per un T. rex? Le ossa? La rarità? Il prestigio?O la possibilità di pronunciare una delle frasi più antiche e potenti della storia umana:”questo è mio”. Il collezionista non compra soltanto l’oggetto. Compra anche la distanza che quell’oggetto crea fra lui e gli altri.Più è difficile averlo, più quella distanza diventa preziosa.Ma Gus presenta un problema ulteriore.Non è semplicemente raro, è fuori scala.Un Picasso, una Ferrari, un diamante appartengono ancora alla nostra civiltà. Sono eccezionali, ma parlano la nostra lingua.Gus no.Gus arriva da un mondo nel quale non esistevano l’arte, il denaro, le aste, Manhattan e neppure quell’idea di proprietà con cui oggi pretendiamo di contenerlo.Ed è forse per questo che non sono i dinosauri a interessarmi davvero.È ciò che il desiderio di possederli racconta di noi.A questo punto stabilire se Gus sia bello mi sembra quasi secondario.La domanda interessante è che cosa sia diventata la bellezza in un mondo capace di riprodurre quasi tutto.Quando l’immagine è infinita, l’originale acquista potere. Quando quasi tutto è disponibile, l’irripetibile diventa desiderio. E quando il desiderio incontra abbastanza denaro, prima o poi arriva un’asta.Un Basquiat e un T. rex non sono belli nello stesso modo. Sarebbe assurdo sostenerlo.Ma entrambi possiedono qualcosa che il mercato riconosce immediatamente: Presenza.
Basquiat racconta una certa idea di New York: arte, ribellione, denaro, giovinezza, morte.
Gus racconta qualcosa di ancora più vertiginoso : un tempo in cui noi non esistevamo.Forse è questo che compra davvero il collezionista.Non soltanto un animale estinto, ma la possibilità,del tutto illusoria e proprio per questo irresistibile, di possedere un frammento di qualcosa che esisteva molto prima di lui.E qui il collezionismo diventa quasi metafisico.Perché davanti a un T. rex persino chi può permettersi di comprarlo deve fare i conti con una verità piuttosto scomoda.
Il dinosauro è morto,lui, prima o poi, anche.La differenza è che il dinosauro, probabilmente, resterà.Ed è proprio qui che il mercato incontra il suo limite.Quando un fossile di eccezionale valore scientifico raggiunge cifre di questo genere, i musei difficilmente possono competere. E se un reperto scientificamente importante diventa inaccessibile in una collezione privata, può diventare di fatto indisponibile alla ricerca.La Society of Vertebrate Paleontology ha preso posizione proprio su Gus, auspicando che il nuovo proprietario lo mantenga accessibile al pubblico e alla ricerca.
E allora la domanda cambia ancora una volta: Chi possiede la storia?Chi la trova?Chi la studia?Chi può permettersi di comprarla?O chi riesce a conservarla per tutti?. Il mercato risponderebbe con una cifra.La scienza, naturalmente, con un’altra domanda.
Io continuo a pensare a Gus.
A quei sessantasette milioni di anni passati sotto la terra del South Dakota prima di riemergere, in una giornata di luglio, in una sala d’aste di Manhattan.E penso a quanto sia strano il nostro rapporto con la bellezza.Abbiamo passato secoli a cercare di lasciare qualcosa di noi al futuro.Adesso c’è qualcuno disposto a spendere cinquanta milioni di dollari per portarsi a casa qualcosa che viene dal passato.Forse il vero lusso contemporaneo non è più possedere ciò che è stato creato nel nostro tempo.È possedere ciò che il nostro tempo non avrebbe mai potuto creare.Ed eccomi qui, in Italia, in agosto, a scrivere di un T. rex. Forse non è poi così strano.Perché mentre noi continuiamo a discutere di prezzi, record, artisti, gusto e mercati, un dinosauro di sessantasette milioni di anni ci ricorda una cosa molto semplice : Il tempo non appartiene a nessuno.Possiamo soltanto guardarlo passare.O, se siamo abbastanza ricchi, provare a comprarne un frammento.
Ma anche cinquanta milioni di dollari non bastano a fermarlo.




