ANNO XII - &MAGAZINE - 

Oro, Pietra e Feticcio: L'Impero di Picasso dal Louvre alle Aste Miliardarie

Oro, Pietra e Feticcio: L'Impero di Picasso dal Louvre alle Aste Miliardarie

Oltre il marmo dell'Occidente: la storia delle pietre arcaiche che ispirarono le Demoiselles d'Avignon e della notte sulla Senna in cui il sacrilegio rivelò la fragile miseria del genio.

I grandi musei delle capitali europee non sono mai stati semplici custodi della bellezza; sono, per loro stessa natura, i mausolei dei vincitori. All’inizio del Novecento, il Palazzo del Louvre si ergeva nel cuore di Parigi come il tempio definitivo dell'Impero, un immenso scrigno di pietra dove l’Occidente esponeva le spoglie del mondo sottomesso e della propria storia passata, cristallizzate in un eterno, rassicurante canone di armonia classica. Ma l'eternità, nei musei, è un'illusione che dura fino al risveglio dei barbari. E talvolta, il barbaro abita a Montmartre, consuma i suoi giorni nel fermento segreto del Bateau-Lavoir e possiede gli occhi febbrili di un giovane pittore andaluso.

Noi, passeggeri di un presente saturo di immagini e di identità frantumate, abitiamo ancora le rovine di quel risveglio, pagando tributi astronomici all'ombra di quel barbaro. Basti guardare alle ultime e frenetiche aste globali, dove i nuovi imperi finanziari si contendono la firma dello spagnolo a cifre stratosferiche: i 35 milioni di dollari polverizzati ad Art Basel per Le peintre et son modèle dans un paysage, o il primato assoluto asiatico stabilito da Christie's a Hong Kong con i 25 milioni di dollari incassati per il celebre Buste de femme. Cos'è questo denaro se non il dividendo tardivo e quasi feticistico di un antico, primitivo reato? Ogni volta che un miliardario stacca un assegno per un Picasso, non fa che acquistare un pezzo del sacrilegio originario che ha fondato il nostro sguardo moderno.

La storia, pazzesca eppure a lungo lasciata sbiadire nei margini della cronaca nera, si compie nel riverbero di un triplo sacrilegio che risuona fino ai nostri giorni. Nel 1911, quando la Gioconda di Leonardo svanì misteriosamente dal Louvre lasciando un vuoto d'ombra sulle pareti del museo, la Francia imperiale vacillò. Nella paranoica caccia all'uomo che seguì, la polizia tese le sue reti nei bassifondi dell'avanguardia parigina, trascinando sotto processo il poeta Guillaume Apollinaire e, insieme a lui, Pablo Picasso. Si scoprì che Picasso possedeva diverse sculture iberiche antiche rubate dal museo anni prima da un loro collaboratore, Géry Pieret, quasi certamente su commissione. Quelle pietre aspre, sottratte all'immobilità imperiale, non erano state acquistate per denaro, ma richiamate da una misteriosa affinità di sangue e di ambizione. Picasso le aveva nascoste nei suoi cassetti, come si nascondono le reliquie di un dio dimenticato o i corpi di un reato dello spirito. C'è una linea d'ombra sottile che unisce i sotterranei del Louvre di allora ai listini d'asta miliardari di oggi, dove il sacrilegio estetico è diventato la valuta più preziosa del mondo.

L'impatto di quel furto sulla storia dell'arte non fu un semplice aneddoto di cronaca bohémien, ma l'istante esatto in cui l'Occidente perse la sua innocenza estetica. Picasso usò quelle statuette rubate come ispirazione diretta per stravolgere i canoni estetici occidentali e dipingere il suo primo capolavoro cubista:Les Demoiselles d'Avignon. È letteralmente una storia di "saccheggio artistico" che crea una nuova era. Per far nascere la modernità, il genio andaluso dovette farsi profanatore, nutrendosi delle spoglie dell'antichità per divorare il presente.

Le cinque donne destrutturate sulla tela non erano modelle parigine; erano le maschere di pietra del Louvre che si vendicavano della carne, mutilando la prospettiva rinascimentale per restituire al mondo un'immagine frantumata, eppure spaventosamente reale. Quello squarcio nello spazio prospettico è lo stesso specchio in cui oggi riflettiamo le nostre esistenze scomposte: siamo tutti figli di quel canone violato, costretti a cercare la verità nelle asimmetrie e mai più nella grazia della simmetria. L'arte del futuro nasce così da un reato materiale, come se l'unico modo per rifondare la visione dell'uomo fosse quello di strappare i simulacri dagli altari del potere legittimo per restituirli alla sacralità sotterranea e violenta dell'istinto.Ma l'audacia di sovvertire un impero estetico crolla immancabilmente quando la carne si scopre fragile, nuda di fronte alla minaccia del potere costituito.

Nel settembre 1911, terrorizzati dall'idea di essere espulsi dalla Francia come "stranieri indesiderati", Picasso e Apollinaire misero le statue in una valigia. Camminarono tutta la notte lungo la Senna con l'intenzione di gettarle nel fiume per distruggere le prove. Ma Picasso si fermò. Non ci riuscì: amava troppo quelle pietre. Alla fine, Apollinaire consegnò le statue anonimamente al giornale Paris-Journal affinché venissero restituite. In quella notte senza sonno si consuma il dramma eterno dell'intellettuale e dell'artista di ogni epoca: il momento in cui la vertigine dell'immortalità creativa deve scendere a patti con il freddo terrore della burocrazia, dei confini geopolitici, dei passaporti che decretano chi ha il diritto di esistere e chi deve essere cancellato.La grandezza dello spirito si rivela allora per ciò che è: un velo sottilissimo teso sopra la miseria dell'ego. Apollinaire fu arrestato e passò giorni nella prigione de La Santé. Anche Picasso venne trascinato davanti al giudice Henri Drioux. Lì, l'orgoglio del pittore andaluso andò in frantumi. Picasso scoppiò in un pianto isterico e, davanti al suo migliore amico, dichiarò: "Non ho mai visto quest'uomo". Anni dopo, in tarda età, Picasso confesserà ancora la sua vergogna per quel momento di puro terrore egoistico. Il giudice, di fronte a due artisti d'avanguardia che piangevano e si accusavano a vicenda, liquidò il caso come una farsa e li scagionò. È l'eterna commedia del potere che assolve gli artisti solo dopo averli visti piangere, riducendo la rivoluzione a una bizzarria da salotto.La leggenda metropolitana che fiorì in seguito nei caffè di Montmartre racconta che, una volta riconquistata la libertà e superata l'angoscia, lo spagnolo andasse ripetendo con spavalda ironia agli amici: "Amici, io vado al Louvre. Vi serve qualcosa?". È in questa oscillazione tra la miseria del pianto in tribunale e l'arroganza del genio che si nasconde la duplicità di Picasso: un uomo piccolo davanti alla legge, ma un gigante capace di usare il sacrilegio per frantumare la storia dell'arte. Le sculture tornarono infine al museo, ma l'Impero della bellezza classica era ormai crollato, violato da un furto che aveva cambiato per sempre il destino dello sguardo umano. Oggi, camminando tra le sale ordinate dei nostri musei globali o osservando le cifre da capogiro dei martelletti d'asta, sappiamo che nessuna cornice, e nessun conto in banca, potrà mai rimettere insieme i pezzi del nostro mondo infranto.


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