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PARADISI FISCALI , UNA RIFLESSIONE CONTROCORRENTE

Un recente rapporto Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief, l’organizzazione internazionale che combatte la povertà nel mondo) rivela che i Paesi Bassi sono il paradiso fiscale societario in vetta alla classifica europea, terzo al mondo dopo Bermuda e Isole Cayman.

Ufficialmente l’imposta sul reddito è del 25%, ma sono previsti alti incentivi fiscali e la non tassazione delle royalties per multinazionali e corporation che scelgono di avere un indirizzo in Olanda.

E’ questo il motivo che ha portato solo ad Amsterdam, a Prins Bernhardplein 200, in un moderno palazzo di vetro,  ben 2.812 società da tutto il mondo.  In realtà si tratta di  società “bucalettere”, cioè che hanno solo un indirizzo, niente struttura aziendale organizzata  né produzione.

Lo stesso rapporto Oxfam osserva che attraverso questi indirizzi societari dal 2009 al 2013 le entrate degli investimenti stranieri in Olanda sono passate dall’80% all’83% , mentre le uscite dal 76% al 78%. 

Inoltre, un rapporto del Parlamento europeo sulle shell companies ( “società scudo”) ha confermato nello scorso ottobre che gli investimenti esteri in Olanda sono pari a più di cinque volte il Pil.

Infine, grazie al ministero delle Finanze olandese, a novembre abbiamo appreso che attraverso le circa 15mila società finanziarie speciali, bucalettere appunto, nel 2016 sono passati circa 4.500 miliardi di euro all’anno, di cui tassati soltanto 199 miliardi, grazie alle grandi agevolazioni tributarie qui offerte. 

Se pensiamo che  il Pil italiano e quello francese arrivano a mala pena a 4.300 miliardi, ci rendiamo conto del valore di queste cifre.

L’ipocrisia olandese, che da una parte predica austerità e disciplina di bilancio, critica i sistemi fiscali e le politiche economiche dei paesi mediterranei, e dall’altra pratica l’elusione fiscale messa a sistema, è oggetto di dure critiche ormai da qualche anno.

Nella stessa Olanda, lo scorso 2 ottobre, insegnanti, dipendenti della sanità e dipendenti pubblici in genere sono scesi in piazza per manifestare il loro dissenso contro il taglio di decine di miliardi al welfare negli ultimi anni, a beneficio delle multinazionali.

In Europa, sempre più spesso, si parla di equità fiscale, come se questa potesse generare automaticamente equità sociale. 

E se provassimo, per una volta, a cambiare paradigma, a valutare il tutto in un’ottica diversa? 

Riflettiamo, allora,  sulla storia di questa Unione Europea . Alle origini fu la C.E.C.A,. poi il M.E.C., che divenne C.E.E..

Comun denominatore di tutte queste sigle  era il LIBERO SCAMBIO, sebbene relativamente libero, e, quindi, la dissoluzione progressiva delle barriere commerciali e doganali preesistenti.

Per diversi anni questo sistema funzionò piuttosto bene, confermando ciò che acutamente affermava, già nell’800,  il grande economista Bastiat: “dove passano le merci non passano gli eserciti”.


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