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GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG

Un romanzo sulla vecchiaia, la malattia e la morte. E’ tutto questo il suggestivo romanzo di Alessandro Moscè “Gli ultimi giorni di Anita Ekberg”, edito da Melville.

Qui l’autore si fa intimo dell’attrice svedese, protagonista di tanti film importanti, ma ricordata principalmente per la famosa scena del capolavoro di Fellini “La dolce vita” dove cammina dentro la Fontana di Trevi a Roma sotto lo sguardo ammaliato e perplesso di Mastroianni, e la racconta con la delicatezza di un innamorato. 

Lo fa in terza persona, ma è come se a confidarsi fosse Anita stessa, attraverso una trama nel corso della quale si formano occasioni, incontri,  personaggi veri o inventati che contribuiscono a restituire il personaggio Anita Ekberg, colta nella sua intimità. Alessandro Moscè ha potuto farlo andando a investigare, con lo spirito dell’ammiratore incondizionato, nella vita della donna, nei suoi amori, i mariti (l’alcolizzato Antony Steel, attore fallito invidioso dei successi della moglie, idem il secondo Rilk Van Nutter)  e gli amanti o supposti tali che ha avuto. Uno su tutti: Gianni Agnelli, ma anche – seppur più dubbi gli incontri sessuali – Salvatore Quasimodo. E Fellini, assetato di sesso, Risi… Moscè lo fa lasciando che sia la voce romanzesca della stessa Anita Ekberg a parlarne cogliendo quello che è il tratto più vero, nordico, del carattere dell’attrice, cioè la discrezione, il pudore che la spinge a mantenere i suoi segreti, con l’accorgimento dell’autore a rivelarne quel tanto che basta a suscitare fregole di curiosità nel lettore. 

Così come si apre al passato, la Anita Ekberg del romanzo non nasconde i tanti guai che la vecchiaia e la malattia le procurano, il destino che la porterà a finire i suoi giorni in una casa di riposo a Rocca di Papa, un paese dei Castelli Romani, dove poi sarebbe morta l’11 gennaio 2015, a 84 anni.

Brilla, nel contesto della narrazione, un incontro con il giornalista, Adriano Pellegatti, nome e personaggio forse creato dalla penna dall’autore, incontro nel corso del quale – dopo un momento di diffidenza nei suoi confronti – l’attrice si apre, andandoci pure a pranzo, lasciando venire a galla i ricordi del suo glorioso passato, non senza mai dimenticare però il presente, vissuto da Anita più con delusione che tristezza per il proprio decadimento fisico (ormai, dopo una caduta, vive tra stampelle e una sedia a rotelle). La rammarica il fatto che, come attrice, non sia stata presa in considerazione anche da vecchia, offrendole altre parti, di donna anziana, di madre di qualcuno, relegando il suo ruolo solo ed esclusivamente agli anni della sua giovinezza, della sua prorompente bellezza, poi dimenticata, quasi a minimizzare le sue doti di attrice a prescindere. 

Ma non è comunque che, pur nella vecchiaia, la sua vita sia tutta grigia. Si ritrova con pochi amici, un prete dedito all’alcol, una vicina di camera con la quale non disdegna le uscite in trattoria, vecchi ammiratori. Bellissimo il ricordo di una prostituta, che si faceva chiamare Eleonora Duse “che poteva fare la cantante, l’attrice. Invece ha calcato le strade”, morta in quella casa di riposo l’anno prima. I giorni passati con lei a leggere i tarocchi e nelle confidenze dell’antico mestiere. Su tutti, racconta l’Anita del romanzo, il ricordo di un ministro che veniva da lei, Eleonora Duse. “Il Ministro amava le donne di bassa corte, come confessò. Niente lussi, niente alta società. Erano state le sgualdrine a insegnargli come si fa l’amore. Voleva ricambiare il favore lodando la disponibilità di una di esse, la più bella”. 

Anita ricorda quella donna con un altro pensionato, Mino, che dalla sua stanza gli porta le ciambelle e con il quale trascorre il tempo giocando a carte, a scopa e tresette. Forse, dice Anita, che ha cominciato a tenere un diario, forse lui vorrebbe “involontariamente farle un’offerta. Anche a ottant’anni si sogna l’amore, lo si veste di promesse. I fantasmi della lussuria ricordano Giulietta degli spiriti, la trasparenza del reale, la trasgressione, i freni inibitori. Ma da infermi non rimane che quel quadernone da riempire.” Mino è l’unico uomo che non le ha mai chiesto nulla sulla dolce vita, sui film, sul suo passato glorioso. Anita è una donna come tutte le altre”. Ma non lo è. Il lettore se ne avverte perché il suo tempo, quello della sua gloria, i personaggi che incontra nella normalità della sua vita, hanno fatto la storia di quel tempo, la storia del cinema, della letteratura, del costume. 


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