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Reg. Trib. di Roma n. 144/2011 - 05.05.2011
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Anno IX - &Consulting scarl Editrice
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SCATTATA LA PRIMA FOTO DI UN BUCO NERO

L’Event Horizon Telescope, collaborazione internazionale che vede la partecipazione di centri di ricerca in tutto il mondo, svela oggi la foto del secolo. Due ricercatrici dell’Inaf, Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl, sono tra i protagonisti della rivoluzionaria osservazione del gigantesco buco nero nel cuore della galassia Messier 87, come parte del progetto BlackHoleCam. Un altro italiano, Ciriaco Goddi, è segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht e responsabile scientifico del progetto BlackHoleCam

 

L’Event Horizon Telescope (Eht) è un gruppo di otto radiotelescopi da terra che opera su scala planetaria, nato grazie a una collaborazione internazionale e progettato con lo scopo di catturare le immagini di un buco nero. Oggi, in una serie di conferenze stampa coordinate in contemporanea in tutto il mondo, i ricercatori dell'Eht annunciano il successo del progetto, svelando la prima prova visiva diretta mai ottenuta di un buco nero supermassiccio e della sua ombra.

Questo incredibile risultato viene presentato in una serie di sei articoli pubblicati in un numero speciale di The Astrophysical Journal Letters. L'immagine rivela il buco nero al centro di Messier 87, un'enorme galassia situata nel vicino ammasso della Vergine. Questo buco nero dista da noi 55 milioni di anni luce e ha una massa pari a 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole.

 

L'Eht collega gli otto radiotelescopi dislocati in diverse parti del pianeta dando vita a un

telescopio virtuale di dimensioni pari a quelle della Terra, uno strumento con una sensibilità e

una risoluzione senza precedenti. L'Eht è il risultato di anni di collaborazione internazionale e

offre agli scienziati un nuovo modo di studiare gli oggetti più estremi dell'universo previsti dalla

teoria della relatività generale di Einstein, proprio nell'anno del centenario dell'esperimento

storico che per primo ha confermato questa teoria.

«Quello che stiamo facendo è dare all'umanità la possibilità di vedere per la prima volta un buco

nero – una sorta di ‘uscita a senso unico’ dal nostro universo», spiega il direttore del progetto

Eht Sheperd Doeleman del Center for Astrophysics della Harvard University. «Questa è una

pietra miliare nell'astronomia, un'impresa scientifica senza precedenti compiuta da un team di

oltre 200 ricercatori».

I buchi neri sono oggetti estremamente compatti, nei quali una quantità incredibile di massa è

compressa all'interno di una piccola regione. La presenza di questi oggetti influenza l’ambiente

che li circonda in modo estremo, distorcendo lo spazio-tempo e surriscaldando qualsiasi

materiale intorno.

«Se immerso in una regione luminosa, come un disco di gas incandescente, ci aspettiamo che

un buco nero crei una regione scura simile a un'ombra, un effetto previsto dalla teoria della

relatività generale di Einstein che non abbiamo mai potuto osservare direttamente prima»,

aggiunge il presidente dell'Eht Science Council Heino Falcke della Radboud University, nei

Paesi Bassi. «Quest'ombra, causata dalla curvatura gravitazionale e dal fatto che la luce viene

trattenuta dall'orizzonte degli eventi, rivela molto sulla natura di questi affascinanti oggetti e ci

ha permesso di misurare l'enorme massa del buco nero di M87».

Vari metodi di calibrazione e di imaging hanno rivelato una struttura ad anello con una regione

centrale scura - l'ombra del buco nero – risultato che ritorna nelle molteplici osservazioni

indipendenti fatte dall’Eht.

Le osservazioni dell’Eht sono state possibili grazie alla tecnica nota come Very-Long-Baseline 

Interferometry (Vlbi) che sincronizza le strutture dei telescopi in tutto il mondo e sfrutta la

rotazione del nostro pianeta per andare a creare un enorme telescopio di dimensioni pari a

quelle della Terra in grado di osservare ad una lunghezza d'onda di 1,3 mm. La tecnica Vlbi

permette all'Eht di raggiungere una risoluzione angolare di 20 micro secondi d’arco. Un livello

di dettaglio tale da permetterci di leggere una pagina di giornale a New York comodamente da

un caffè sul marciapiede di Parigi.

I telescopi che hanno contribuito a questo risultato sono stati Alma, Apex, il telescopio Iram da

30 metri, il telescopio James Clerk Maxwell, il telescopio Alfonso Serrano, il Submillimeter

Array, il Submillimeter Telescope e il South Pole Telescope. L’enorme quantità di dati grezzi –

misurabile in petabyte, ovvero milioni di gigabyte – ottenuta dai telescopi è stata poi ricombinata

da supercomputer altamente specializzati ospitati dal Max Planck Institute for Radio Astronomy

e dal Mit Haystack Observatory.

La costruzione dell'Eht e le osservazioni annunciate oggi rappresentano il culmine di decenni di

lavoro osservativo, tecnico e teorico. Un esempio di lavoro di squadra globale che ha richiesto

una stretta collaborazione da parte di ricercatori di tutto il mondo. Tredici istituzioni partner

hanno lavorato insieme per creare l'Eht, utilizzando sia le infrastrutture preesistenti che il

supporto di diverse agenzie. I principali finanziamenti sono stati forniti dalla US National

Science Foundation (Nsf), dal Consiglio europeo della ricerca dell'UE (Erc) e da agenzie di

finanziamento in Asia orientale.

«L'Eso ha l'onore di aver contribuito in modo significativo a questo risultato attraverso la sua

leadership europea e il suo ruolo chiave in due dei telescopi componenti di Eht, che si trovano

in Cile – Alma e Apex», commenta il direttore generale dell'Eso Xavier Barcons. «Alma è la

struttura più sensibile dell'Eht e le sue 66 antenne ad alta precisione sono state fondamentali

per questo successo», conclude Ciriaco Goddi, segretario del consiglio scientifico del 

consorzio Eht, che si è occupato della calibrazione Alma per l’Eht.

 

L’Inaf può vantare un importante coinvolgimento nella rivoluzionaria osservazione come parte

del progetto europeo BlackHoleCam (Bhc), di cui lo stesso Goddi è il project scientist. Elisabetta

Liuzzo e Kazi Rygl dell’Istituto nazionale di astrofisica (all’Ira di Bologna) sono due ricercatrici

del nodo italiano dell’Alma Regional Centre, uno dei sette che compongono la rete europea

che fornisce supporto tecnico-scientifico agli utenti di Alma, e che è ospitato proprio presso la

sede dell’Inaf di Bologna. Nel 2018 entrambe sono entrate a far parte del progetto Bhc

finanziato dall’Erccome partner del progetto EHT, e fanno a tutti gli effetti parte dell’Event

Horizon Telescope Consortium, in cui sono membri dei gruppi di lavoro che si occupano di

calibrazione e imaging.

«La calibrazione dei dati Eht è stata una grande sfida: i segnali astronomici sono deboli nella

banda millimetrica, e distorti per effetto dell'atmosfera, che varia molto velocemente a queste

frequenze», sottolinea Liuzzo, che insieme a Rygl ha partecipato allo sviluppo di uno dei tre

software usati per la calibrazione dei dati Eht.

 

Pur operando come un unico strumento che abbraccia il globo l'Eht, infatti, rimane una miscela

di stazioni con design e operazioni diverse. Questo ed altri fattori, insieme alle sfide associate

alla Vlbi, hanno dato impulso allo sviluppo di tecniche specializzate di elaborazione e

calibrazione. «Tre diversi gruppi di ricerca, ognuno dei quali ha utilizzato un diverso software di

calibrazione, hanno convalidato in modo incrociato questi dati e hanno trovato risultati coerenti»,

specifica Rygl, aggiungendo che «è estremamente gratificante vedere come i dati calibrati

possano essere tradotti in fisica dei buchi neri».

«Il progetto Black Hole Cam è partito nel 2014 con l’obiettivo di misurare, comprendere e

‘vedere’ i buchi neri e fare test sulle principali previsioni della teoria della relatività generale di

Einstein», aggiunge Ciriaco Goddi. «Nel 2016 il progetto è entrato a far parte, insieme ad altri

partner internazionali, dell’Event Horizon Telescope Consortium visto il comune obiettivo:

ottenere la prima immagine di un buco nero».

«Abbiamo raggiunto un risultato che solo una generazione fa sarebbe stato ritenuto

impossibile», conclude Doeleman. «I progressi tecnologici e il completamento dei nuovi

radiotelescopi nell'ultimo decennio hanno permesso al nostro team di assemblare questo nuovo

strumento, progettato per vedere l'invisibile».

Un risultato incredibile, che prometta di essere un punto non di arrivo ma di partenza nella

strada per la comprensione del nostro universo.

 


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